Settore utility, scegliere le obbligazioni migliori usando i criteri Esg

Settore utility, scegliere le obbligazioni migliori usando i criteri Esg

La decarbonizzazione del settore delle utility continuerà nel prossimo futuro, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, ma nessuno è in grado di stabilire i tempi. L’analisi e l’approccio di Pramerica Sgr
Negli ultimi anni grazie alle dismissioni di centrali a carbone, alla diffusione delle fonti rinnovabili, ai nuovi target normativi e ai miglioramenti dell’efficienza, si è registrato un certo miglioramento nel livello di emissioni di gas che alimentano l’effetto serra (Ghg, greenhouse gas). Tuttavia, il settore dell’energia elettrica si conferma il primo responsabile di emissioni di Ghg nell’Unione europea e il secondo negli Stati Uniti. Una situazione che vede l’intero settore focalizzato sulla riduzione delle emissioni di questi gas e soprattutto sull’uso del carbone.

EMISSION TRADING SYSTEM (ETS)
A spingere le compagnie in questa direzione anche le norme più rigide in materia che rendono sempre meno conveniente produrre energia attraverso il carbone. Un esempio illuminante in questo ambito è l’Ets (Emission Trading System) emesso nel 2005 dall’Unione Europea che prevede l’acquisto, da parte delle società meno virtuose, di crediti per le emissioni di gas serra da aziende che vantano un impatto minore sull’ambiente. Ciò ha reso molto onerosa la gestione delle centrali a carbone, e in particolare quelle meno efficienti, incentivando le utility a passare al gas naturale come fonte di combustibile.

EMISSIONI CO2 ELIMINATE IN EUROPA ENTRO IL 2050
“L’Ue prevede di eliminare quasi completamente le emissioni di Co2 entro il 2050 ma diversi paesi membri hanno annunciato l’intenzione di ridurre gradualmente l’utilizzo del carbone con l’obiettivo di anticipare questa esclusione a partire dal 2025”, spiegano Peter Cody e Tatiana Spineanu, rispettivamente US e European Investment Grade Credit Research di PGIM Fixed Income (gestore delegato di Pramerica SGR).

DIVERSIFICAZIONE DEI SERVIZI
Peccato che spesso non siano indicati in modo preciso i dettagli di questi obiettivi a cominciare, per fare un esempio concreto, da quello relativo alla data di chiusura delle centrali termiche. Resta il fatto che il processo di decarbonizzazione prosegue, soprattutto in Europa, con molti attori del mercato che, da un lato, si sono specializzati in servizi differenziati come le reti di distribuzione di qualità superiore e la generazione di energia da fonti rinnovabile tramite sovvenzioni statali e servizi a contratto.

LA DECARBONIZZAZIONE MIGLIORA I MARGINI
D’altra parte come ha fatto sapere Enel in una recente presentazione agli investitori “la decarbonizzazione migliora i margini”, dimostrando che il costo livellato dell’elettricità prodotta con l’energia solare garantisce un margine superiore del 20% circa rispetto alla generazione termica. Non deve stupire pertanto se negli ultimi sei anni l’Ebitda (gli utili prima delle tasse) da business quali la generazione termica, l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas, l’estrazione mineraria da parte delle aziende del settore delle utility europee sia passato da circa il 50% fino al 2012, a solo il 25% – in media – nel 2018.

RISULTATI DIFFERENTI A LIVELLO DI SINGOLE AZIENDE
È però vero che l’implementazione di strategie di transizione energetica risulta molto differente a livello di singole aziende. Se Iberdrola e Orsted hanno notevolmente migliorato il loro mix di generazione e ridotto l’intensità di Co2, altre compagnie come RWE, CEZ o ENBW mantengono portafogli a Co2 più elevata.

L’INTEGRAZIONE DEI CRITERI ESG
Proprio questa divergenza di risultati e la mancanza di dettagli sugli obiettivi da raggiungere soprattutto in termini di date certe, rende il settore delle utility molto variegato. “Siamo fermamente convinti che l’integrazione dei criteri Esg nel processo di investimento sia in grado di farci identificare le compagnie con vantaggi competitivi capaci di riverberarsi in modo positivo sui rendimenti dell’investimento stesso. Nell’ambito specifico della utility, riteniamo che quello ambientale costituisca l’elemento più importante da analizzare”, puntualizzano Cody e Spineanu.
IMPRONTA DI CARBONIO E SPREAD DEL CREDITO
I due esperti ammettono che – almeno finora – è piuttosto scarsa la correlazione tra l’impronta di carbonio e gli spread del credito, ovvero l’extra rendimento che un emittente paga rispetto ad un titolo di Stato. Ma, nonostante questa blanda evidenza, tra due bond dai rendimenti comparabili emessi da due differenti aziende, il titolo il cui emittente ha un’impronta di carbonio inferiore offre, a parere dei due specialisti, una sorta di assicurazione nel caso in cui il mercato inizi a chiedere uno spread più elevato per le realtà che hanno un maggiore impatto sull’ambiente.

CAUTELARSI DA POSSIBILI COSTI AGGIUNTIVI
“Con lo stesso ragionamento, nel caso in cui dovessimo prendere in considerazione un titolo di un’azienda con un’impronta di carbonio superiore, pretenderemmo un premio sullo spread del credito per cautelarci da possibili costi aggiuntivi futuri derivanti, per esempio, da una possibile carbon tax o per una modifica nella normativa”, concludono Cody e Spineanu.