Pir: o si cambia o lo strumento è destinato a morire

Pir: o si cambia o lo strumento è destinato a morire

Le nuove norme hanno ingessato il mercato dei Pir e la raccolta da inizio anno è pesantemente negativa. Sul piatto una proposta di legge per cancellare le norme introdotte dal governo M5S-Lega e anche il Mef sembra intenzionato a cambiare
I Pir sono fermi su un binario morto. I Piani individuali di risparmio, che tanto favore avevano raccolto appena due anni fa quando erano stati promossi dal governo Gentiloni, non riescono più a fare breccia nel cuore dei risparmiatori.

RACCOLTA NEGATIVA, O SI TORNA AL PASSATO O NON C’E’ FUTURO
“Considerando il trend da inizio anno – ci spiega Luigi De Bellis, co-responsabile dell’Ufficio Studi Equita – abbiamo rivisto al ribasso le nostre stime di raccolta netta del 2019 da zero a -700 milioni di euro. I primi 8 mesi del 2019 hanno mostrato come le modifiche apportate alla normativa sui PIR hanno significativamente ridimensionato l’attrattività di questo strumento. Dopo 8 mesi con raccolta negativa, riteniamo che il nuovo governo dovrebbe considerare di ripristinare la vecchia norma che aveva avuto successo nel convogliare risparmio italiano a imprese italiane”.

LE NUOVE NORME NON VANNO, CRITICA ANCHE ASSOGESTIONI
Il provvedimento varato dal precedente governo targato M5S-Lega ha stabilito che le agevolazioni fiscali siano collegate a una quota d’investimenti dedicati a start-up e pmi innovative e ha introdotto l’obbligo per i fondi comuni di nuova costituzione di investire il 3,5% della raccolta in pmi, che possono essere quotate oppure non quotate, e in venture capital. Ma tutto questo invece di facilitare lo strumento lo ha praticamente bloccato. Infatti per Assogestioni a livello nazionale nel secondo trimestre 2019 la raccolta dei fondi Pir è stata negativa per 348 milioni a cui seguono circa altri 200 milioni dei 2 mesi successivi, per questo il presidente Tommaso Corcos ha auspicato un ritorno alla vecchia normativa e segnali incoraggianti al riguardo sono arrivati dalla nuova maggioranza di governo: il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha infatti dichiarato, in una recente audizione alla Camera, che si potrebbe rimettere mano alla normativa introdotta dalla legge di bilancio 2019 che ha modificato i Pir.

PROPOSTA DI LEGGE IN COMMISSIONE PROSSIMA SETTIMANA
“Le nuove norme sui Pir introdotte, una dalla Lega e l’altra dai 5 stelle, con la legge di bilancio 2019 – spiega a FinanciaLounge.com Sestino Giacomoni, Vice Presidente della Commissione Finanze a Montecitorio che ha appena depositato una proposta di legge sui Pir che la prossima settimana inizierà l’iter in commissione – presentano evidenti lacune che, se non appianate per tempo, rischiano di ingessare inesorabilmente il mercato di questi prodotti. Tutte le grandi società di gestione, da Eurizon ad Arca – continua il deputato di Forza Italia – hanno deciso di fermare la sottoscrizione di nuovi Pir, perché il rischio è che comprando un nuovo Pir, che non risponde puntualmente ai criteri previsti dalla legge, il risparmiatore perda il conseguente beneficio fiscale. Vista la situazione economica, con la recessione in atto, occorrono interventi rapidi ed urgenti da inserire subito in uno dei decreti all’esame del Parlamento, per cancellare o almeno sospendere le norme introdotte dalla legge di bilancio, che stanno di fatto danneggiando imprese e risparmiatori”.
STRUMENTO DA RILANCIARE, RECUPERANDO LA FILOSOFIA INIZIALE
Lo strumento è da rilanciare anche perché, come sottolinea De Bellis di Equita “i Pir hanno avuto l’importanza di convogliare risparmi degli italiani verso investimenti in aziende domestiche, di aver raccolto maggiori risorse finanziarie per le imprese diverse dai gruppi “grandi” e hanno diffuso un “feeling” positivo tra gli imprenditori italiani sulla possibilità di accedere al mercato dei capitali, anche per le piccole e medie imprese, senza dimenticare che sono stati capaci di attrarre liquidità degli investitori verso le piccole e medie imprese”. Allora cosa bisogna fare? Per Assogestioni vanno tenuti distinti gli strumenti che permettono un investimento nell’economia reale attraverso titoli quotati e non quotati. In sostanza, per gli investimenti su asset quotati (come nel caso del mercato azionario AIM Italia) andrebbe privilegiata la forma aperta tipica dei Pir, mentre il fondo chiuso costituisce il veicolo più adatto a un investimento in asset privati (Pmi, ma anche strumenti di private equity e venture capital).

OCCHI PUNTATI SUGLI ELTIF, GRAZIE A INCENTIVI FISCALI MA RISCHIO UE CONTRARIA
Intanto si fanno strada gli Eltif (European long term investment funds) ossia fondi chiusi che possono investire anche su asset privati meno liquidi. Nel Decreto Crescita è prevista l’introduzione di un regime di esenzione fiscale del 26% sui redditi di capitale e diversi per i sottoscrittori degli Eltif (per le persone fisiche residenti in Italia). Questi incentivi partiranno da gennaio 2020, anche se si è in attesa dell’autorizzazione della Commissione europea e dei decreti attuativi del Mise (Ministero dello sviluppo economico). Esiste infatti il rischio che l’Europa giudichi la normativa sugli incentivi fiscali come un “aiuto di Stato”. “Quello che auspichiamo – ha concluso De Bellis – è che i decreti attuativi siano chiari e senza incertezze interpretativi e applicabili senza interventi normativi successivi”. Insomma per non ripetere l’errore fatto con i Pir.