Oro, il mercato trema: manca la liquidità (ossia i lingotti)

Oro, il mercato trema: manca la liquidità (ossia i lingotti)

L’oro è malato di coronavirus. La pandemia ha gettato nel caos il mercato aurifero, provocando una vera e propria crisi di liquidità (intesa come carenza di lingotti) e innescando movimenti di prezzo anomali, probabilmente senza precedenti nella storia, che ora rischiano di influenzare l’andamento di altri asset finanziari: ad esempio i titoli di Stato o le valute, di cui l’oro – impiegato anche come riserva dalle banche centrali – è parente stretto.

La situazione ha suscitato allarme e confusione, al punto che la London Bullion Market Association (Lbma) è intervenuta per rassicurare gli operatori. L’organismo che presiede agli scambi di oro sulla piazza londinese afferma che sta lavorando con tutte le parti coinvolte «per assicurare l’efficiente funzionamento del mercato globale dell’oro». Inoltre ha offerto «supporto» al Cme Group, che gestisce gli scambi di futures al Comex , per « facilitare la consegna fisica (di metallo, ndr) a New York».

Le anomalie sul mercato sono diventate evidenti martedì 24, quando al Comex le quotazioni dell’oro si sono messe a correre molto più del prezzo spot sul mercato fisico londinese: lo stacco, che in genere se c’è è minimo, è arrivato in alcuni momenti a sfiorare 100 dollari l’oncia.

L’oro «di carta» di New York si è spinto oltre 1.690 dollari l’oncia, con un picco di rialzo superiore al 7%. Ha poi chiuso a 1.660 dollari, mentre in serata a Londra l’oro «vero» scambiava a 1.630 dollari.

Ma c’è di più. Al Comex è addirittura comparsa la backwardation, un fenomeno frequente per molte materie prime ma rarissimo per l’oro: significa che il metallo per consegna vicina costa più caro di quello per consegna futura. È un chiaro indizio di scarsità di offerta, che però lascia perplessi, visto che l’oro non è come il petrolio che si brucia per sempre o come il grano, che quando finisce bisogna aspettare il prossimo raccolto.
L ’oro si può fondere e riciclare all’infinito: se serve (e se il prezzo è salito al punto giusto) lo si trova sempre. A meno che non ci sia il coronavirus.

Le misure anti-contagio hanno fatto chiudere in Svizzera tre delle maggiori raffinerie d’oro al mondo, tra le poche qualificate a produrre lingotti London Good Delivery e in genere barre da investimento.

Si stanno fermando anche numerose miniere, comprese tutte quelle del Sudafrica, dove è appena stat0 decretato il blocco di tutte le attività per tre settimane. E poi c’è la paralisi dei voli, che ha reso più difficile trasferire i lingotti dove servono, ad esempio al Comex di New York.

Nei caveau di Londra di oro ce n’è in abbondanza: 8.200 tonnellate, di cui un terzo presso banche private, ricorda Adrian Ash di Bullionvault, volumi quasi da record. Ma i lingotti non riescono a uscire, anche a causa della quarantena, diventata molto rigida nella capitale britannica. Inoltre al Comex si consegnano barre da 100 once, mentre le banche londinesi preferiscono quelle da 400 once. Bisognerebbe rifonderle.

«L’oro fisico è nel posto sbagliato o nella forma sbagliata ed è impossibile spostarlo facilmente», sintetizza John Reade, chief market strategist del World Gold Council. «I futures si sono sganciati dal mercato fisico, su cui a malapena si registrano scambi».

Quello che sta accadendo sul mercato, commenta Tai Wong di BMO Capital Markets, «è qualcosa che non abbiamo mai visto in una generazione, perché i raffinatori non hanno mai chiuso i battenti: né in guerra, né durante la grande crisi finanziaria, né in occasione di disastri naturali».

Per approfondire:
● Oro, in Svizzera il virus ferma le “fabbriche” di lingotti
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