Coronavirus, l’effetto sui mercati è la crescita della volatilità

Coronavirus, l’effetto sui mercati è la crescita della volatilità

Coronavirus, l’effetto sui mercati è la crescita della volatilitàI listini sono ipersensibili alle notizie e continueranno a esserlo anche nei prossimi mesi. Sul fronte macro è difficile prevedere le conseguenze di questa crisi insolita. I settori più vulnerabili sono i produttori di beni discrezionali.
Nelle ultime cinque sedute di Borsa (al 17 marzo 2020) l’indice S&P 500 ha fatto segnare le seguenti chiusure: -4,8%, -9,5%, +9,28%, -11,98, +6%. In Europa l’Euro Stoxx 50 ha avuto un ruolino di marcia di questo tipo: -0,15%, -12,40%, +1,6%, -5,25%, +3,27%. In Asia il Nikkei è riuscito a chiudere ieri in sostanziale parità dopo che nei quattro giorni precedenti ha incassato perdite tra il 2,3% e il 6%. Dall’altra parte, invece, l’indice di volatilità VIX ha registrato un balzo del 40% dallo scorso 11 marzo (al 17 marzo 2020). Cosa dobbiamo aspettarci dunque nelle prossime settimane? Ancora tanta volatilità. “È lecito attendersi ancora molta turbolenza sui listini. Man mano che arriveranno nuove notizie sull’estensione del contagio in altri paesi, sulle disposizioni prese dalle Autorità e sulla sperimentazione di farmaci per il trattamento del virus, gli operatori riformuleranno le loro aspettative e muoveranno di conseguenza le Borse mondiali. Tali movimenti non sono necessariamente irrazionali, poiché gli operatori incorporano le informazioni a disposizione attraverso ondate di scambi sui listini”, dice John Rekenthaler, Vice Presidente di Morningstar Research.

Le contraddizioni della Borsa
Il nervosismo sulle piazze finanziarie è dunque lecito e fa parte delle regole del mercato. Tuttavia, il recente andamento delle piazze finanziarie sembra tutto fuorché razionale. “Confesso che faccio fatica a spiegarmi la logica di alcuni movimenti di mercato. Si prenda come esempio il sell-off seguito alla caduta delle quotazioni del petrolio. In teoria, se il prezzo del barile scende è un vantaggio per l’economia, non ne rappresenta un freno. È dunque possibile che gli operatori si siano fatti prendere dal panico per l’ennesima brutta notizia, dopo quelle legate al Coronavirus, e abbiano liquidato le loro posizioni prima di ragionare su tutte le implicazioni legate al costo dell’oro nero. Se guardiamo i dati relativi alle chiusure delle Borse internazionali nel giorno del crollo del petrolio notiamo che la Russia, secondo maggiore esportatore mondiale di greggio, ha perso il 5%, così come il Giappone è il quarto importatore a livello globale e che dunque trae beneficio dal mancato accordo tra Mosca e i paesi membri dell’OPEC. Discorso analogo vale per i listini di Parigi e Francoforte che hanno perso di più rispetto a quello di Toronto, nonostante Francia e Germania siano importatori di petrolio mentre il Canada sia tra i principali esportatori”, aggiunge Rekenthaler.

Le ricette tradizionali per l’economia non bastano
Se è difficile fare delle previsioni sul futuro andamento delle Borse non è più semplice maturare delle aspettative concrete su quelle che saranno le ripercussioni sull’economia reale. Tanto più che questa volta lo shock alla domanda proviene da un fattore esogeno, come una pandemia, che produce una contrazione artificiale della domanda dei consumatori.

“Ci troviamo davanti a una situazione insolita in cui i metodi convenzionalmente usati per stimolare la domanda, come il taglio dei tassi di interesse, non hanno successo. Avere accesso al credito a costi più bassi, infatti, non indurrà i consumatori a prenotare viaggi o a cambiare macchina se sono costretti a stare a casa per via del Covid-19. Di sicuro ci sono settori più vulnerabili, come i produttori di beni discrezionali (turismo, intrattenimento, viaggi), mentre i consumer defensive saranno in grado di fronteggiare meglio la crisi”, conclude Rekenthaler.