ANALISI – Europa, prestiti garantiti alimentano timori trappola debito

ANALISI – Europa, prestiti garantiti alimentano timori trappola debito

di Valentina Za e Maya Nikolaeva e Jesús Aguado

MILANO/PARIGI/MADRID (Reuters) – Poco prima che il nord Italia venisse investito dall’onda del coronavirus, Michele Berteramo, proprietario del ristorante e cocktail bar milanese ‘Movida’, si preparava a lavori di ristrutturazione del suo locale affacciato sul Naviglio Pavese.

Mesi dopo la cassa di circa 40.000 euro che l’imprenditore avrebbe investito nei lavori, autofinanziandoli, è stata bruciata dallo sforzo di superare il periodo di lockdown e riaprire, a partire dal 18 maggio, con troppo pochi clienti a occupare i tavoli distanziati per rispettare la normativa.

“Abbiamo avuto una temporanea tregua sull’affitto ma poi tocca rimettersi in pari … abbiamo avuto bisogno di finanziamenti bancari per poter andare avanti”, dice il ristoratore.

“Abbiamo riaperto perché Movida ha una sua storicità come locale, la gente ci conosce e vogliamo continuare a offrire il servizio che abbiamo sempre offerto, ma con lo smart working molti uffici sono vuoti. La gente è poca. Si fa fatica”.

Un prestito garantito dallo Stato fino a 25.000 euro ha consentito a Berteramo di saldare i conti in sospeso, un nuovo finanziamento garantito dalla regione fornirà l’ulteriore carburante necessario “per rimetterci in moto”, ma bruciata la liquidità per sopravvivere all’emergenza eventuali investimenti per migliorie richiederebbero nuovo debito.

Il dilemma che migliaia di imprenditori costretti a ricorrere al debito si troveranno davanti quando arriverà il momento di finanziare il rilancio è in cima alle preoccupazione di governi e banche in tutta Europa.

Gli Stati sono corsi in aiuto delle aziende in difficoltà con prestiti d’emergenza e fanno ora i conti con la paura che la zavorra di un indebitamento eccessivo ostacoli la ripresa dopo l’attuale fase recessiva.

Il credito alle società non finanziarie ha raggiunto i massimi degli ultimi 11 anni ad aprile, secondo dati Bce.

Calcoli Reuters indicano che a inizio giugno erano stati concessi oltre 290 miliardi di euro di prestiti garantiti nell’ambito dei programmi di sostegno pubblico nelle quattro maggiori economie europee e in Gran Bretagna per fronteggiare la paralisi economica causata dal coronavirus.

“Se la crescita dell’Unione europea si limiterà a tornare ai tassi pre-Covid, dopo il considerevole shock che sta subendo, l’Europa si troverà di fronte un futuro simile a quello del Giappone”, afferma Stephen Caprio, credit strategist di Ubs, facendo riferimento al “decennio perduto” di crescita giapponese dopo lo scoppio della bolla immobiliare a fine anni ’90 cui ha fatto seguito la doppia morsa di debito e deflazione.

“Le aziende europee hanno già troppa leva finanziaria. In questo modo gli investimenti verranno naturalmente ridotti”.

A sottolineare il timore che lo scenario prefigurato potrebbe trasformarsi in realtà, i banchieri centrali hanno già segnalato la possibilità della duplice minaccia che verrebbe dal debito e dalla deflazione. “Gli alti livelli di debito pubblico e privato dell’intera zona euro … potrebbero innescare una pericolosa spirale tra il crollo dei prezzi e quello della domanda aggregata”, ha detto il membro del Consiglio direttivo della Bce Ignazio Visco in un discorso a fine maggio.

Il debito core di aziende private non finanziarie della zona euro raggiungeva il 165% del prodotto interno lordo (Pil) dell’area alla fine del 2019, secondo gli ultimi dati forniti dalla Banca dei regolamenti internazionali, rispetto al 150% degli Stati Uniti. Il debito corporate è destinato a crescere ancora a seguito dei programmi d’emergenza.

Il problema si acuisce nel caso delle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano circa i due terzi del settore privato nel blocco dei 27 e a cui manca la possibilità di accedere direttamente al mercato dei capitali come avviene per le aziende più grandi.

“Bisogna trovare delle fonti alternative di capitale” ha detto questa settimana intervenendo a un convegno l’AD di UniCredit (MI:CRDI) Jean Pierre Mustier parlando di ‘capitali pazienti’ di minoranza, venture capital o private equity come possibili soluzioni.

“Bisogna lavorare con urgenza su possibili alternative, con urgenza per via del Covid. Molte Pmi si ritroveranno sovra-indebitate per via dei prestiti garantiti e bisognerà ribilanciare la struttura di bilancio con nuove quote di capitale di minoranza”.

Secondo Antonio Pace, AD del Fondo Italiano d’Investimento, il settore corporate in Italia avrebbe bisogno al momento di circa 70-100 miliardi di equity aggiuntivo.

Per contribuire a colmare il gap, il Fondo che fa capo a Cdp Equity, Intesa (MI:ISP) e UniCredit si appresta a raccogliere fino a 800 milioni per un nuovo fondo di “Minoranze per la Crescita” chiamato a investire in aziende con fatturato tra i 20 e i 250 milioni e solide prospettive di crescita.

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